lunedì 14 ottobre 2019

01-03-M - Le Creusot, gli scioperi del 21 marzo 1870

LE CREUSOT, GLI SCIOPERI DEL 21 MARZO 1870

  

Le Creusot rappresenta un simbolo della classe operaia francese:

·                     per l'antichità delle miniere di carbone e delle fucine (16º, 17º, 18º secolo)

·                     per la creazione della prima grande fabbrica metallurgica del paese che lavora la ghisa a coke negli altiforni (1500 operai nel 1785)

·                     per l'importanza della famiglia Schneider (proprietario dal 1836) nel padronato francese fino ad oggi.

·                     per a formazione precoce di un movimento operaio autonomo e politicizzato (club specificamente operaio nel 1848, programma di protesta, sciopero, 73% dei voti a Le Creusot per la lista democratica socialista il 13 maggio 1849 ed elezione di un deputato operaio)

·                     per la durezza delle repressioni padronali, ad esempio nel 1850 (intervento dell'esercito).

·                     per l'attività militante, qui, di dirigenti famosi della Prima Internazionale come Eugène Varlin e Benoît Malon.

Verso il 1867, l'età media della vita raggiungeva soltanto 24 anni a Le Creusot contro i 33 anni a Parigi.

Dal 1851 al 1869, i 10000 operai dell'impresa Schneider di Le Creusot (per 24000 abitanti) hanno subito un aggravamento della loro sorte:

·                     significativo calo del loro potere d'acquisto: circa il 10%. Il direttore delle officine Schneider definiva le famiglie operaie come una "popolazione immorale" per la quale ogni salario al di sopra del minimo rappresentava "il bilancio del vizio".

·                     condizioni di lavoro estremamente dure. I minatori lavoravano distesi nell’acqua (2-3 cm) in gallerie alte da 50 a 60 cm per 10-12 ore al giorno.

·                     licenziamenti per un sì, per un no (nel 1869 Eugène Schneider licenziò 200 operai che nelle elezioni non avrebbero votato per lui).

Il periodo 1869-1871 rappresentò il secondo apogeo del movimento sociale in Francia dopo il 1848-1851. Un'ondata di scioperi dilagò nel paese. 

Eugène Schneider

A Le Creusot, gli operai chiesero di gestire essi stessi la Cassa di soccorso alimentata dai loro soli contributi. Il padrone organizzò un referendum in cui chiese il mantenimento del vecchio modo di gestione, cioè gestita dalla direzione degli stabilimenti Schneider. Una forte maggioranza si pronunciò per la gestione operaia. Schneider reagì il 19 gennaio licenziando i tre operai eletti: il presidente e i suoi due assessori. Tutti i metallurgici lasciarono il posto di lavoro come una marea umana improvvisamente esasperata. La direzione dell'azienda decise una serrata generale appoggiata il 21 da 3000 militari.

Nonostante le minacce di azione legale, i proclami di guerra del prefetto, nonostante la truppa, gli operai elessero 150 delegati per guidare lo sciopero. Tuttavia, il rapporto di forza pesò troppo a favore dei datori di lavoro e il lavoro riprese in condizioni umilianti: ogni giorno a mezzogiorno, un battaglione faceva il giro della fabbrica dietro una banda.

Il Manifesto delle sezioni parigine dell'Internazionale pubblicato su La Marseillaise il 27 gennaio 1870 riportava: «... Non possiamo certo protestare contro la pretesa molto singolare di queste persone che non accontentano di detenere tutte le forze economiche, vogliono ancora disporre, e dispongono effettivamente, di tutte le forze sociali (esercito, polizia, tribunali, ecc.) per il mantenimento dei loro iniqui privilegi […] In presenza di questo fatto, ordinario del resto, nel nostro stato di oppressione politica e di anarchia [sigh! NDA] industriale, in questo stato che consegna alla miseria coloro che hanno prodotto l'immenso accumulo di capitali sufficienti per creare il bene-essere fisico e morale se esistesse una giusta ripartizione dei prodotti, abbiamo pensato di dover alzare la voce».

Il 21 marzo 1870, i 1500 minatori scesero in sciopero contro una riduzione dei loro salari. Eugene Schneider ricevette subito il rinforzo di tre reggimenti. Il 23, gli scioperanti marciarono verso la vicina località mineraria di Montchanin[1], inseguiti dalla truppa che arrestò quattordici minatori. Il 24, un comitato di sciopero venne eletto ma fu subito smantellato da arresti.

Fu Benoît Malon, operaio tintore membro dell'Internazionale che prese la direzione del movimento. Venne eletto un nuovo comitato di sciopero che inviò alla stampa una «Dichiarazione di sciopero».

Tra i suoi 11 punti di questa «dichiarazione», notiamo le seguenti rivendicazioni:

·                     giornata lavorativa dei minori di 8 ore: 5 franchi

·                     giornata lavorativa nei luoghi dove si stava in mezzo all’acqua, al massimo 5 ore: 5 franchi

·                     giornata lavorativa di 8 ore dei bambini che cominciano lavorare: 2 franchi 25

·                     liberazione dei lavoratori incarcerati

·                     gestione della cassa di soccorso da parte degli operai stessi. 

Benoît Malon

Schneider respinse con disprezzo tutte le richieste dichiarando: "Io non parlamenterò con questi teppisti". Questo brutale rifiuto rafforzò la combattività degli scioperanti che furono supportati dall'azione energica delle donne che incoraggiarono alcuni lavoratori non scioperanti a smettere di lavorare. La polizia ne fermò una, ma le sue compagne la liberarono. L’indomani la cosa si ripeté. Per protestare contro l'arresto di tre di loro, portarono i loro bambini di fronte i gendarmi e urlarono: "arrestateci e li nutriremo". Poi si ammassarono davanti al treno che doveva portare i prigionieri nella cittadina di Autun[2] per il processo; così facendo ottennero il loro rilascio. Gli scioperanti furono in grado di continuare lo sciopero grazie alle sottoscrizioni provenienti dalle sezioni dell’Internazionale di tutta la Francia. La pressione padronale e del governo aumentò.

La giustizia fornì un sostegno senza riserve al grande padronato per schiacciare la lotta. Il 7 aprile, il processo di 25 scioperanti iniziò con una requisitoria del procuratore che mostrò il legame di classe, di casta, di ideologia spontanea e di interessi tra l'alta borghesia e la magistratura:

"... Un modello di Amministrazione tenutosi in onore del salario e della sua massima espressione ... Non ci sono lotte tra capitale e lavoro, ci sono solo i lavoratori che lottano tra di loro per disorganizzare il lavoro che diffonde ricchezza nel paese ... Voi siete ingrati all'ammirevole amministrazione che fece di Le Creusot un luogo di benessere, una scuola di scienza e di morale ... La società è minacciata!".

In appello a Digione[3], il Procuratore Generale si lanciò in una storia che merita di passare ai posteri:

"Il signor Frémond (l’avvocato degli imputati) ha parlato del feudalesimo e di oppressione del lavoro da parte del capitale, lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo: questa è spazzatura ... Le Creusot è il più felice centro di lavoro. I salari sono alti rispetto Epinac[4], Montceau[5] e Saint Etienne. ... Lo sciopero è dovuto al partito repubblicano ... Questo non è uno sciopero della popolazione, ma di questi malvagi operai, sacra banda della rivolta  … accusati ... voi siete gli strumenti della sommossa, voi avete attaccato la proprietà, voi siete i soldati della rivoluzione! Nessuna pietà per questi oppressori ...

Il tribunale di Autun[3] al servizio dei padroni, condannò 24 scioperanti a 298 mesi di prigione.

Benoît Malon descrisse l'atmosfera del verdetto: “I detenuti restarono impassibili; tutto il mondo li guardava; subito le donne, le madri scoppiarono in lacrime, chiesero a gran voce chi nutrirà i loro figli ... il pubblico era indignato per l’accaduto; le donne, con la forza della disperazione, si rifiutarono di uscire e lanciarono grida più terrificanti che mai... "

A Le Creusot, la notizia della sentenza avvilì i quartieri operai, annientò la voglia di lotta di molti, demoralizzò i più combattivi.

A poco a poco, alcuni operai ripresero il lavoro mentre altri partirono lasciando la città per dirigersi altrove.

Eugène Varlin

Il 15 aprile, il comitato di sciopero rese pubblica (per manifesto) la seguente posizione: « Dopo 23 giorni di una lotta impari, siamo stati sconfitti. Vi invitiamo dunque a tornare dentro le miniere. Non aumentiamo più, per una più lunga assenza dal lavoro, la miseria che deriva da condanne pronunciate e dai  numerosi licenziamenti che ci attendono ...»

In effetti, nonostante la ripresa del lavoro, nonostante la mancanza di pane che colpiva le famiglie, nonostante l'abbattimento dei salariati, la direzione dell'impresa decise un centinaio di licenziamenti.

In condizioni così terribili, il comitato di sciopero trovò ancora le parole per dire la qualità dell'ideale operaio internazionalista rispetto alla meschinità portata dal procuratore generale: «La nostra causa ha suscitato simpatie universali; ne siamo fieri e, se necessario, sapremo anche noi praticare la fraternità operaia. Nel frattempo, proclamiamo fortemente la nostra adesione alla grande AssociazioneInternazionale dei Lavoratori, questa sublime confraternita di tutti i proletari del mondo, questa speranza del futuro di uguaglianza. A tutti i democratici che fraternamente ci sono venuti in aiuto, grazie».

Nella storia del movimento corporativo, gli scioperi che si sono verificati nelle fabbriche di Le Creusot, in gennaio e marzo 1870, attirarono l'attenzione per i fatti particolari che ne furono la causa. Questi due scioperi, per il loro carattere e la loro evoluzione, riflettono indubbiamente lo stato d'animo dei datori di lavoro dell'epoca e il comportamento psicologico dei lavoratori che erano arrivati ad un grado più elevato di coscienza sindacale.

Adolphe Assi

Nel 1870, nelle fabbriche Schneider, regnava una strana abitudine, che ha ragione, rivoltava i lavoratori: lo spionaggio era organizzato e imposto dalla direzione. Édouard Dolléans[6] racconta che «il regolamento di officina prevedeva una multa di 50 franchi per l’operaio che non avrebbe denunciato un compagno».

Ma la causa dello sciopero di gennaio fu la Cassa di soccorso, gestita dalla direzione, e alimentata da una ritenuta del 2,5% sul salario di tutti gli operai. Gli operi decisero di affidarla ai lavoratori, che nominarono il loro compagno Assi, per trasformare la Cassa di soccorso in Società di mutua assistenza. Ma Schneider, per mostrare la sua disapprovazione, licenziò Assi, e gli operai, per solidarietà con il loro compagno, lasciarono l'officina. Una delegazione di scioperanti fu ricevuta dall'industriale che rimproverò loro lo «spirito dell'opposizione» e annunciò loro che egli rifiutava di discutere con loro, «sotto l'influenza della pressione». Per garantire la sua sicurezza, il padrone Schneider fece venire a Le Creusot 4.000 uomini di truppa e, di fronte a questa provocazione, i lavoratori decisero la continuazione dello sciopero.

Il 23 gennaio 1870, il giornale La Marseillaise scriveva: «Fare sciopero è una cosa terribile; per un niente, si spara e ci si scontra. I lavoratori di Le Creusot che hanno organizzato il rifiuto del lavoro, sono responsabili per la fame e la miseria, e questo, in silenzio, senza tumulti, senza scalpori, senza sommosse».

Tuttavia, le Società operaie di Parigi e le sezioni parigine avevano reagito vigorosamente pubblicando ne La Marseillaise un manifesto, firmato da Eugène Varlin e Benoît Malon, sulla verità dello sciopero. Qualche giorno dopo, nello stesso giornale, la Camera sindacale degli operai meccanici di Parigi faceva un appello pressante per aiutare materialmente gli scioperanti di Le Creusot.

In febbraio, il lavoro riprese, ma, il 22 marzo, la direzione operò una diminuzione da 30 a 60 centesimi al giorno, per recuperare il profitto perso durante il primo sciopero. I lavoratori risposero subito con la cessazione del lavoro. Schneider, furioso, dichiarò: “Non parlerò con questi teppisti”. E il tribunale di Autun[2], al servizio dei datori di lavoro, condannò 24 scioperanti a 298 mesi di carcere.

Ma i lavoratori in sciopero di Le Creusot non erano abbandonati al loro destino doloroso in questi giorni difficili. La solidarietà giocava a loro favore. La Camera federale di Parigi fece una sottoscrizione. La Camera federale di Marsiglia, Le Società dei lavoratori di Lione, i lavoratori di Mulhouse[7] erano venuti generosamente in soccorso.

A proposito degli scioperi di Le Creusot, il manifesto della Sezione internazionale di Rouen[8], firmato da Aubry e indirizzato agli operai del dipartimento, è significativo: «Migliaia di operai reclamano in nome della legge delle coalizioni, un aumento della parte che portano nella produzione della ricchezza... Un solo uomo, manipolatore di milioni, abusa della sua posizione e disprezza ogni conciliazione».

Se gli scioperi fallirono, il malcontento continuava a sgonfiare; la coscienza operaia era in marcia.

Si era alla vigilia di gravi avvenimenti e ad una svolta decisiva nella storia della Francia.



[1] Nel dipartimento della Saona e Loira nella regione della Borgogna-Franca Contea.

[2] Nel dipartimento della Saona e Loira nella regione della Borgogna-Franca Contea.

[3] Capoluogo del dipartimento della Côte-d'Or e prefettura della regione Borgogna-Franca Contea.

[4] Nel dipartimento della Saona e Loira nella regione della Borgogna-Franca Contea.

[5] Nel dipartimento della Saona e Loira nella regione della Borgogna-Franca Contea.

[6] Édouard Dolleans (1877-1954) era uno storico del movimento operaio. Contribuì in particolare alla Revue d'économie politique e scrisse una storia del movimento operaio, in tre volumi, che copre il periodo dal 1830 al 1953.

[7] Nel dipartimento dell'Alto Reno nella regione Grand Est.

[8] Capoluogo del dipartimento della Senna Marittima e della regione della Normandia.