mercoledì 25 settembre 2019

04-01-M3 – Karl MARX

KARL MARX

  


Karl Marx è nato a Treviri, in Germania, il 5 maggio 1818 ed è stato un filosofo ed economista tedesco.

Nato da Hirschel Marx (figlio di Marx Levi, rabbino di Treviri), un avvocato molto colto di origine ebraica, che si era battezzato nel 1817, entrando nella Chiesa luterana, col nome di Heinrich, con lo scopo di evitare le discriminazioni razziali prussiane. Karl e i suoi fratelli (Sophie (1817 - 1883), Hermann (1819 - 1842), Henriette (1820 - 1856), Louise (1821 - 1893), Caroline (1824 - 1847) ed Eduard (1834 - 1837)) furono battezzati nel 1824.

Studiò prima a Bonn e poi a Berlino, dove si laureò nel 1841 in Filosofia. Redattore della «Gazzetta Renana», poi codirettore degli «Annali franco-tedeschi», nel 1843 pubblicò a Parigi - dove entrò in contatto con Pierre Joseph Proudhon e Luis Blanc, e conobbe Engels[1] - la Critica del diritto pubblico di Hegel[2].

Del 1844 sono i Manoscritti economico-filosofici; sotto la sua direzione e quella di Arnold Ruge[3], nel febbraio del 1844 uscì a Parigi Deutsch-Französische Jarbücher (Annali franco-tedeschi); sempre a Parigi, da gennaio a dicembre del 1844, escì il bisettimanale tedesco di Parigi Vorwarts, intorno al quale giravano personalità del calibro di Marx, Ruge[3], Herweg[4], Heine[5] e per qualche tempo anche Bakunin.

In seguito si distaccò dalla Sinistra hegeliana[6], e nel 1845 proprio contro Bruno Bauer[7] e gli Hegeliani[2] di sinistra stampò La Sacra Famiglia, lavoro scritto insieme a Friedrich Engels[1].

Insieme ad Engels[1], Marx scrisse anche L'Ideologia Tedesca, ancora contro gli hegeliani di sinistra[6]. Le Tesi su Feuerbach risalgono al 1845. Il Manifesto del Partito Comunista è del gennaio del 1848.

Stabilitosi a Londra, alla fine dell'agosto 1849, aiutato economicamente dall'amico Engels[1], Marx condusse le ricerche che confluiranno nella sua opera maggiore: Das Kapital, (Il Capitale), il cui primo volume venne pubblicato nel 1867 e che venne ripubblicato postumo nel 1885 e nel 1894.

Quando scoppiò la guerra franco-prussiana, i dirigenti del Partito socialdemocratico tedesco consultarono Marx che, considerando che si trattava per la Prussia di una guerra difensiva (agosto 1870), consigliò di appoggiare il movimento nazionale. Dopo la capitolazione di Sedan e la caduta dell'Impero, secondo Marx, il carattere della guerra era cambiato: l'annessione dell'Alsazia-Lorena, rivendicata dalla Prussia, portava il germe di una nuova guerra; la classe operaia tedesca doveva quindi tentare di imporre una pace onorevole con la Repubblica proclamata a Parigi, sigillare la fine della guerra internazionale.

Estratti dell'Indirizzo sulla guerra franco-prussiana, redatta da Marx e adottata dall'Intenzionale, apparvero in Der Voksstaat l'organo del Partito operaio socialedemocratico: immediatamente Bismark fece arrestare i dirigenti del partito e accusare di alto tradimento Bebel[8] e Liebknecht[9] perché avevano «protestato nel Reichstag contro l'annessione dell'Alsazia e della Lorena ed espresso la loro simpatia verso la Repubblica francese».

Marx fu attivamente impegnato nell'organizzazione del movimento operaio, infatti riuscì a fondare a Londra nel 1864 l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, la Prima Internazionale. Morì nel 1883.

 

 

Marx e la Comune di Parigi

 

Se le rivoluzioni sono per Marx "le locomotive della storia", quella della Comune parigina del 1871 fu per lui la locomotiva più trainante e fondamentale, una vera e propria stella polare del suo pensiero e della sua attività politica come dirigente della Prima Internazionale dei lavoratori. In vari scritti e occasioni Marx non cessa di lodare la duttilità, l'iniziativa storica, la capacità di sacrificio, la novità e la grandezza dell'azione storica della Comune.

Il suo testo principale sulla Comune è La guerra civile in Francia. Per scriverlo si documentò con accuratezza sull'esperienza rivoluzionaria francese (su cui scrisse pure due abbozzi preparatori), lavorò su materiali forniti da giornali francesi, inglesi e tedeschi, esaminò sia pubblicazioni che sostenevano la Comune sia quelle che si opponevano ad essa, utilizzò pure lettere e racconti orali di non pochi partecipanti all'esperienza della Comune e reduci dalla Francia (tra cui Léo Frankel, Eugène Varlin, Auguste Serraillier, Paul Lafargue, Yelisaveta Tomanovskaya, Pyotr Lavrov).

Analizzando questa esperienza rivoluzionaria, Marx ritenne che il proletariato parigino, nel momento della disfatta e dei tradimenti delle classi dominanti, abbia deciso di padroneggiare il proprio destino assumendo "la direzione degli affari pubblici", prendendo "il potere di governo".

Il pensatore tedesco interpretò la sollevazione parigina come una rivoluzione contro il carattere essenzialmente repressivo del potere statale e capace di proporre un modello alternativo di potere e di istituzione municipale e statale.

La Comune per Marx, "rompe il moderno potere dello Stato", pur assediata e in mezzo a mille inenarrabili difficoltà, la Comune voleva essere infatti e, per il breve tempo che le fu concesso, riuscì effettivamente ad essere il "governo della classe lavoratrice", "un governo del popolo per il popolo" capace di porre fine alla separazione fra stato e società, al dispotismo del potere.

Nel primo abbozzo de La guerra civile in Francia, Marx scrive che la Comune “fu un nobile e grandioso tentativo di ripensare radicalmente la stessa nozione di potere politico o la riassunzione da parte del popolo per il popolo della sua vita sociale. Non è stata una rivoluzione per trasferirlo da una frazione delle classi dominanti all'altra, ma una rivoluzione per abbattere questa stessa orribile macchina della dominazione di classe".

Nel primo abbozzo Marx così riassume il senso essenziale della rivoluzione parigina: "È il popolo che agisce per sé stesso da sé stesso. Essa sorse come "la rivolta di una città provata dalla guerra e umiliata dalla sconfitta" e divenne un "mezzo organizzato d'azione", un "mezzo razionale" per condurre la lotta delle classi "nel modo più razionale ed umano".

È pure rimarchevole il fatto, ben documentato, che nel periodo dell'esperienza rivoluzionaria comunarda vi fu più ordine e sicurezza per le strade, diminuirono drasticamente gli assassinii, i furti, le aggressioni: "Non più cadaveri sui tavoli dell'obitorio, non più insicurezza nelle vie. Parigi non era mai stata così tranquilla. Al posto delle cocottes, le eroiche donne di Parigi! Una Parigi virile, inflessibile, che combatte, che lavora, che pensa! Una Parigi piena di magnanimità! Di fronte al cannibalismo dei suoi nemici, metteva i suoi prigionieri solamente in condizioni di non nuocere!"

Secondo Marx, la forma politica inaugurata dalla Comune ("la forma politica dell'emancipazione sociale, della liberazione del lavoro", "la forma comunale di organizzazione politica") assume un valore che va ben oltre i confini pur importanti della capitale francese; il modello parigino è esemplare, indicativo e regolativo per tutta la Francia, valido sia per tutti i grandi centri industriali del paese sia per i più piccoli villaggi di campagna: "Tutta la Francia organizzata in Comuni che lavorano per sé e si governano da sé, l'esercito permanente sostituito dalle milizie popolari, l'esercito dei parassiti dello Stato destituito, la gerarchia clericale rimpiazzata dall'insegnante pubblico, i giudici di Stato trasformati in organismi comunali, il suffragio per la rappresentanza nazionale non più una questione d'intrallazzi per un governo onnipotente, ma l'espressione deliberata di comuni organizzate, le funzioni dello Stato ridotte a poche funzioni per scopi generali nazionali".

L'unico vero errore della Comune fu, a parere di Marx, quello di non marciare immediatamente su Versailles, all'inizio ancora indifesa, per arginare le manovre di Thiers e dei Rurali (i "Ruraux"),” per impedire la riorganizzazione della controrivoluzione, degli sciacalli”.

È noto che alcuni mesi prima della Comune, nell’autunno del 1870, Marx metteva in guardia gli operai parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo sarebbe stato una sciocchezza dettata dalla disperazione. Ma quando, nel marzo 1871, la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi l’accettarono cosicché l’insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx, nonostante i cattivi presagi, salutò con entusiasmo la rivoluzione proletaria. Egli non si limitò tuttavia ad entusiasmarsi per l’eroismo dei Comunardi che, com’egli diceva, “davano l’assalto al cielo”. Nel movimento rivoluzionario delle masse, benché esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza storica di enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale, un tentativo pratico più importante di centinaia di programmi e di ragionamenti.

L’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la “macchina statale già pronta”, e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene. Il 12 aprile 1871, vale a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a Kugelmann[10]: “…Se tu rileggi l’ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano ad un’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni parigini”.

“La Comune – scrisse Marx – non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo […] Invece di decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare il popolo nel Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda”.

 

 

La critica ad Hegel e alla Sinistra hegeliana

 

Il pensiero di Marx si forma a contatto e contro la filosofia di Hegel[2], della Sinistra hegeliana[6], e quelle del socialismo utopistico. Inizialmente, insieme ad Engels[2], abbracciò l'idealismo hegeliano[2], in particolare quello della Sinistra hegeliana[6] che concepisce la filosofia come critica razionale della realtà. Questo pensiero si concretizzò nella sua tesi di laurea «Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro (1841)».

Dal 1843 Marx si convinse che le idee derivano dalla realtà e non viceversa, da qui scaturiscono i due nodi principali di critica ad Hegel[2]:

- innanzitutto rimproverò ad Hegel[2] di subordinare la società civile allo Stato, su cui a lungo si può discutere, poiché lo stesso Marx adottava un principio simile nel subordinare l'uomo come Individuo alla società;

- e in seguito ribadì il concetto di Feuerbach[11] riguardo l'uomo creatore di dio, riadattandolo alla costituzione: sbaglia Hegel a parlare dunque di Stato etico, poiché non è la costituzione che crea l'uomo ma l'uomo che crea la costituzione.

Per quanto riguarda la critica alla Sinistra hegeliana[6], Marx evidenziava loro il combattere contro delle "frasi" e non contro il mondo reale di cui quelle "frasi" sono il riflesso, rimanendo puro pensiero ideologico. Per il filosofo di Treviri è quindi necessario passare dalle «armi della critica» alla «critica delle armi».

Concependo come realtà solo quella materiale, da cui derivano le idee, Marx ne conveniva che la liberazione dell'uomo non avanza risolvendo la Filosofia, la teologia, la sostanza e tutta "l'immondizia" dell'autocoscienza, o liberando l'uomo dal dominio di queste frasi. La liberazione dell'uomo è un atto storico, non ideale, ma atto da condizioni storiche "necessarie". Friedrich Nietzsche[12] difatti rimproverò poi alla dottrina marxista l'aver mantenuto l'atteggiamento dogmatico e fatalista religioso, pur professando il materialismo.

 

 

Marx economista

 

L'anatomia della società civile è formata, ad avviso di Marx, dall'economia politica. Gli economisti classici come Adam Smith e David Ricardo, scrive Lenin, gettarono le basi della teoria secondo cui il valore delle merci deriva dal lavoro (valore di scambio). Dal punto di vista economico il lavoro è una merce (forza-lavoro) che il proletario vende al capitalista. La forza-lavoro non è soltanto un valore, ma produce altri valori e questo implica che essa abbia un valore superiore al salario percepito: è questo il plusvaloreintascato dal capitalista e che sta alla base dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Il padrone, costretto dal "mercato" a competere strenuamente con gli altri "padroni", deve trovare le condizioni per far lavorare di più i propri operai oppure migliorarne il rendimento. In quest'ultimo caso si tratta di organizzare diversamente la produzione: da qui la divisione del lavoro e la sottomissione del proletario alle macchine industriali (lavoro alienato).

Il capitalista è quindi in qualche modo costretto ad investire i profitti nell'accumulazione del capitale e in nuove macchine (capitale fisso), i piccoli proprietari vengono assorbiti dai grandi e ciò determina la concentrazione capitalistica in poche mani e l'acuirsi della principale contraddizione del capitalismo, che é indipendente dalla volontà dei soggetti, dimostrabile dalla caduta costante del saggio di profitto: per Marx l'accumulo di capitale fisso è inevitabile perché l'imprenditore è inserito in un mercato competitivo, ciò determina la diminuzione del profitto (rapporto tra plusvalore e sommatoria di capitale fisso e variabile) e la ricerca obbligata, da parte del capitalista, di misure per correggere questa tendenza e creare così un nuovo plusvalore. Quindi l'incremento del capitale costante (fisso) investito rispetto a quello variabile è progressivo e inevitabile nello sviluppo capitalistico, determinando la nascita della sua principale contraddizione: il capitalismo per svilupparsi abbisogna dei proletari, cioè della classe antagonista della borghesia, i quali però, secondo Marx, sono la classe destinata ad abbatterne il potere.

Un altro aspetto molto importante che Marx introduce è quello del concetto di forze produttive - che comprendono:

- i mezzi di produzione, cioè le materie prime, gli strumenti di lavoro e l'insieme delle conoscenze umane in grado di farli funzionare

- la forza-lavoro, cioè il lavoro degli uomini che, avvalendosi degli strumenti, trasformano le materie prime in prodotti finiti - e rapporto di produzione (rapporti che legano il lavoratore al proprietario); i primi si sviluppano sempre nell'ambito dei secondi: es. lo schiavismo (rapporto di produzione) si sviluppò nell'antichità perché era il modo migliore per sfruttare le forze  produttive dell'epoca.

 

 

Il socialismo scientifico

 

Il socialismo scientifico è una forma di socialismo che Marx ed Engels definiscono in questo modo per distinguere il proprio socialismo (scientifico appunto) da quello utopico. Il loro pensiero, basato sull'analisi e la comprensione scientifica (vera o presunta) delle leggi della storia e della società, è improntato su una visione della storia incentrata sulla lotta di classe e sull'ineluttabile sconfitta della borghesia che sarà soppiantata dal proletariato con la rivoluzione sociale che condurrà al comunismo e alla soppressione delle classi sociali.

Per Marx il materialismo storico è «la concezione materialista della storia» ed è un metodo di analisi reale delle condizioni materiali (cioè economiche) dello sviluppo sociale e quindi uno strumento pratico atto a modificarle rivoluzionariamente. Invece il materialismo dialettico, che Karl Marx "abbraccia" in una fase successiva all'elaborazione del materialismo storico, reinterpreta la dialettica hegeliana, considerando l'evoluzione della materia e non dell'Idea (come faceva Hegel). Il materialismo dialettico non solo reinterpreta la realtà, ma ha la pretesa di offrire una visione scientifica e deterministica degli avvenimenti storici, prevedendo la crisi del capitalismo e il conseguente arrivo del comunismo.

La concezione materialista della storia porta Marx a sostenere che la storia dell'umanità è lotta di classe e quella che attualmente vede contrapposte borghesia e proletariato è il risultato della contraddizione capitalista. La schiavitù dell'uomo non è quindi data dalle loro rappresentazioni bensì dalle condizioni materiali ("non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza"), quindi solo la praxis umana (teoria e pratica rivoluzionaria) può modificare le strutture sociali e quindi anche il modo il modo di pensare degli esseri umani. Poiché le idee delle classi dominanti sono le idee dominanti, è quindi necessario modificare i rapporti di produzione materiale (struttura) per cambiare le idee politiche religiose, culturali, filosofiche, morali ecc. (sovrastruttura).

La concezione materialista della storia non può essere interpretata in maniera eccessivamente meccanicista, nonostante esistano correnti del marxismo di questo genere, perché Marx non nega l'importanza delle idee, proprio perché possono trasformarsi in prassi. Da queste considerazione ne deriva che è compito storico del proletariato maturare la coscienza di classe che lo porti alla rivoluzione, ad impadronirsi dello Stato (dittatura del proletariato) e ad educare le masse sino alla «scomparsa dello stato nel significato politico attuale».

 

 

La teoria dell'alienazione dell'operaio

 

Marx, confrontando l'operaio salariato con l'artigiano tradizionale, distingue nei suoi Manoscritti economico-filosofici (1844) quattro tipi di alienazione:

- Alienazione rispetto al prodotto: l'operaio è alienato dal prodotto del suo lavoro, perché produce beni senza che gli appartengano (infatti sono di proprietà del capitalista) e si trova, anzi, in una condizione di dipendenza rispetto ad essi;

- Alienazione rispetto all'attività: l'operaio è alienato dalla propria attività lavorativa, perché non produce per sé stesso, ma per un altro (il capitalista); il lavoro dell'operaio non è libero come quello dell'artigiano né fantasioso, ma costrittivo: si svolge infatti in un determinato periodo di tempo, stabilito da altri (il capitalista);

- Alienazione rispetto al suo essere umano: l'operaio è alienato dalla sua stessa essenza (Wesen), poiché il suo non è un lavoro costruttivo, libero e universale, bensì forzato, ripetitivo e unilaterale. Per questo egli paragona l'operaio al Sisifo della mitologia greca;

- Alienazione rispetto al prossimo: nel momento in cui all'uomo è reso estraneo il suo stesso essere come appartenente a una specie, allora tale uomo è reso estraneo all'altro uomo. Egli ormai concepisce solo rapporti di lavoro.

L'operaio alienato dal suo prossimo, ha perso la proprietà del suo lavoro, che è ormai del capitalista, il quale lo tratta come un mezzo da sfruttare per incrementare il profitto e ciò determina un rapporto conflittuale. Da un punto di vista più ampio, l'economia capitalistica traduce il rapporto tra le persone in modi di sfruttamento.

L'alienazione del lavoro comporta quindi una tale "disumanizzazione" che diventa meno importante la questione degli aumenti salariali e il miglioramento delle condizioni di vita, giacché, come scrive ne Il Capitale «Come il vestiario, l'alimentazione, il trattamento migliore e un maggiore peculio non aboliscono il rapporto di dipendenza e lo sfruttamento dello schiavo, così non aboliscono quello del salariato».

 

 

Marx contro l'anarchismo

 

In alcuni scritti di Marx è evidente la pessima opinione che egli aveva della teoria e della pratica dell'anarchismo, del quale Marx non perdeva l'occasione di sottolineare, con sprezzante sarcasmo, la debolezza degli aspetti politici ed economici. In «L'indifferenza in materia politica» (scritto del 1873 pubblicato in lingua italiana nell'Almanacco repubblicano per l'anno 1874), Marx ironizza su alcuni saggi di Proudhon, attribuendogli il «diritto alla sciocchezza» e definendolo «sciovinista». Negli appunti sul libro di Bakunin «Stato e Anarchia», Marx rivolge ripetutamente al padre fondatore dell'anarchismo moderno l'appellativo di «asino» e «politicante da caffè» dedito al «vaneggiamento», al «delirio», all'«insulsaggine», giacché «egli non comprende assolutamente nulla della rivoluzione sociale; non conosce a questo riguardo che delle fasi politiche; le condizioni economiche della rivoluzione per lui non esistono [...] il signor Bakunin ha soltanto tradotto l'anarchia proudhoniana e stirneriana in un selvaggio dialetto tartaro». In una lettera di Marx a Bolte del 1871 (pubblicata per la prima volta nel 1906), che tratta della lotta sostenuta contro Bakunin dal Consiglio Generale dell'Internazionale, Marx ribadisce che Bakunin è un «uomo privo di ogni conoscenza teorica» e che il suo programma era «[...] un pasticcio messo assieme superficialmente da destra e da sinistra - eguaglianza delle classi (!), abolizione del diritto d'eredità, come punto di partenza del movimento socialista (sciocchezza sansimonista), astensione dal movimento politico. Questo abbicì fu ben accolto in Italia e in Spagna, dove le condizioni reali del movimento operario sono ancora poco sviluppate, e da alcuni dottrinari, vanagloriosi e vuoti, della Svizzera romanza e del Belgio. Per il signor Bakunin la dottrina (la brodaglia mendicata da Proudhon, Saint-Simon[13], ecc.) è cosa di secondaria importanza, un semplice mezzo per mettere in mostra la sua persona. Dal punto di vista teorico è uno zero, ma come intrigante, Bakunin è nel suo elemento».

Questo è quello che pensa il "filosofo" Marx del vero rivoluzionario, dal nostro punto di vista, che era Bakunin. Mentre Marx teorizzava il suo comunismo statalista e autoritario, scrivendo testi seduto in una scrivania, Bakunin lo troviamo, fucile in mano, dietro le barricate della Comune di Lione e in Italia. Le rivoluzioni, oltre che alle teorie, si fanno anche con i fatti… Vero signor Marx?

 

 

Disponibili nel sito:

 

Karl MARX - La Guerra Civile in Francia (versione in italiano)

Karl MARX - La Guerre Civile en France (Commune de Paris) (versione in francese)

Karl MARX - La Comune di Parigi. Marx e il presente

Karl MARX e Friedrich Engels - La commune de 1871, Lettres et déclarations pour la plupart inédites

Karl MARX. ENGELS F. - La Commune de 1871

DUPONT - Marx et la Commune




[1] Friedrich Engels (Barmen, 28 novembre 1820 – Londra, 5 agosto 1895) è stato un filosofo, sociologo, economista, giornalista e imprenditore tedesco, fondatore assieme al sodale Karl Marx del socialismo scientifico.

[2] Georg Wilhelm Friedrich Hegel (Stoccarda, 27 agosto 1770 – Berlino, 14 novembre 1831) è stato un filosofo, accademico e poeta tedesco, considerato il rappresentante più significativo dell'idealismo tedesco. È ritenuto uno dei massimi filosofi di tutti i tempi.[1][2] Hegel è autore di una delle linee di pensiero più profonde e complesse della tradizione occidentale: la sua riflessione filosofica, sistematica e onnicomprensiva, influenzerà molta parte del pensiero successivo, dall'ontologia all'estetica alla teoria politica, contribuendo alla nascita delle discipline sociali e storiche nella loro accezione moderna. La filosofia hegeliana è stata definita, tra l’altro, come idealismo assoluto.

[3] Arnold Ruge (Bergen auf Rügen, 13 settembre 1802 – Brighton, 31 dicembre 1880) è stato un filosofo e scrittore tedesco.

[4] Georg Herwegh (Stoccarda, 31 maggio 1817 – Lichtental, 7 aprile 1875) è stato un poeta e rivoluzionario tedesco.

[5] Christian Johann Heinrich Heine (Düsseldorf, 13 dicembre 1797 – Parigi, 17 febbraio 1856) è stato un poeta tedesco, il principale del periodo di transizione tra il romanticismo e il realismo.

[6] La sinistra hegeliana, o giovani hegeliani, è una scuola di pensiero filosofico che si formò tra alcuni intellettuali prussiani, discepoli di Hegel, poco dopo la morte di questo, avvenuta nel 1831.

[7] Bruno Bauer (Eisenberg, 6 settembre 1809 – Berlino, 13 aprile 1882) è stato un filosofo e teologo tedesco, negatore dell'esistenza storica di Gesù.

[8] August Ferdinand Bebel (Deutz, 22 febbraio 1840 – Passugg, 13 agosto 1913) è stato un politico e scrittore tedesco. Fondò nel 1867 con Wilhelm Liebknecht[9[ il Sächsische Volkspartei (Partito Popolare della Sassonia), e nel 1869 il SDAP (Sozialdemokratische Arbeiterpartei), il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori. Dopo essere stati eletti al Reichstag nel 1867, i due fondatori della socialdemocrazia tedesca, Bebel e Liebknecht[9[, si astennero dal votare la prima richiesta di crediti di guerra in occasione della Guerra franco-prussiana ed in seguito votarono contro. Per questi fatti nel 1872 Bebel fu sottoposto a processo per attività politica sovversiva, il cosiddetto Leipziger Hochverratsprozess, e condannato a due anni di Festungshaft (la reclusione in una fortezza, una condanna considerata meno disonorevole della normale prigionia), che scontò nella Fortezza di Königstein.

[9] Wilhelm Liebknecht (Gießen, 29 marzo 1826 – Berlino, 7 agosto 1900) è stato un politico e giornalista tedesco, fu uno dei fondatori della socialdemocrazia tedesca e della Seconda Internazionale. Nel 1869, Wilhelm Liebknecht e August Bebel[8] fondarono il Sozialdemokratische Arbeiterpartei (SDAP, Il Partito dei Lavoratori Social-Democratici di Germania). Nel 1870, in occasione della guerra franco-prussiana, Liebknecht e Bebel[8] si astennero sulla prima richiesta di crediti di guerra. Alla seconda richiesta votarono contro, riuscendo a portare sulle loro posizioni anche gli altri due rappresentanti socialisti. Nel 1872 a Lipsia si tenne il processo contro Liebknecht, Bebel[8] ed Adolf Hepner. Liebknecht e Bebel[8] furono condannati e rimasero in prigione fino al 1874.

[10] Louis Kugelmann, o Ludwig Kugelmann (Lemförde, 19 febbraio 1828 – Hannover, 9 gennaio 1902), è stato un medico, attivista e pensatore socialdemocratico tedesco confidente di Marx e Engels. Si incontrò con Marx diverse volte, andò a Hannover a fargli visita, e i due si scrissero varie lettere durante il periodo 1862-1875.

[11] Ludwig Andreas Feuerbach (Landshut, 28 luglio 1804 – Rechenberg, 13 settembre 1872) è stato un filosofo tedesco tra i più influenti critici della religione ed esponente della sinistra hegeliana[6].

[12] Friedrich Wilhelm Nietzsche (Röcken, 15 ottobre 1844 – Weimar, 25 agosto 1900) è stato un filosofo, poeta, saggista, compositore e filologo tedesco. Fu cittadino prussiano fino al 1869, poi apolide (partecipò, comunque, alla guerra franco-prussiana come infermiere per sole due settimane). Considerato tra i massimi filosofi e scrittori di ogni tempo, ebbe un'influenza controversa, ma indiscutibile, sul pensiero filosofico, letterario, politico e scientifico del mondo occidentale nel XX secolo. La sua filosofia, in parte riconducibile al filone delle filosofie della vita, fu considerata da alcuni uno spartiacque fra la filosofia tradizionale e un nuovo modello di riflessione, informale e provocatorio. In ogni caso, si tratta di un pensatore unico nel suo genere, sì da giustificare l'enorme influenza da lui esercitata sul pensiero posteriore.

[13] Claude-Henri de Rouvroy conte di Saint-Simon (Parigi, 17 ottobre 1760 – Parigi, 19 maggio 1825) è stato un filosofo francese. Considerato il fondatore del socialismo francese, partecipò alla guerra d'indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette.