JEAN ALLEMANE
Allemane, Foto di Marmand
Jean Allemane è nato il 25
agosto 1843 nel piccolo villaggio dei Pirenei francesi, Boucou.
Era un operaio tipografo. È stato repubblicano sotto l'Impero,
socialista, Comunardo.
Ha lottato per l'unità socialista ed ha vissuto abbastanza a lungo da
sopravvivere alla sua rottura nel 1920. È stato il fondatore. nel 1890. del
Partito Operaio Socialista Rivoluzionario francese (P.O.S.R.), abbastanza
vicino alle posizioni anarchiche.
Era il figlio di una casalinga
e di un "mercante di vino" di nome Pierre. Jean frequentò la scuola
di Sauveterre fino
all'età di dieci anni, poi lasciò il suo villaggio in compagnia dei suoi
genitori. Nel 1853 gli Allemane si trasferirono a Parigi dove aprirono una
bottega di vini, in rue Maître-Albert 14, nel 5°
arrondissement, mentre Jean andò a lavorare come operaio in una tipografia,
e istaurò un legame permanente con il proletariato parigino. All'età di
diciotto anni, nel 1861, era già un sindacalista, come egli stesso dichiarò a
Jaurès
al Congresso di Londra nel 1896. Già nel 1862, a 19 anni, venne incarcerato per
aver preso parte a un grande sciopero dei tipografi parigini, allora vietato
dal regime imperiale. La legislazione imperiale non riconosceva infatti il diritto
di sciopero e di associazione, del resto già vietati nella II Repubblica borghese che aveva
massacrato nel giugno
del 1848 gli operai parigini. Ipocritamente, di fronte all'estendersi degli
scioperi, con la legge del 25 marzo 1864 il governo di Napoleone
III
riconobbe il diritto di sciopero e di associazione, ma ponendovi limiti tali da
rendere estremamente difficile organizzare uno sciopero e, qualora questo fosse
proclamato, da perseguitare gli operai con il pretesto di essersi illegalmente organizzati.
L’Imperatore
demagogo e paternalista graziò gli operai incarcerati e Allemane tornò libero.
Successivamente, Allemane è
stato uno degli organizzatori del sindacato dei tipografi. Lavorò qualche tempo
come commesso in una maglieria e poi, alla morte del padre, nel negozio di vini
dei genitori dove abitava con la madre e la giovane moglie, che morì nel 1869
dando alla luce il figlio Charles.
Nel 1870, durante l'assedio
di Parigi, era caporale del 59° battaglione della Guardia
Nazionale, ma, col susseguirsi delle turbolenze politiche in seguito alla
capitolazione di Parigi, alla fine di gennaio 1871, il caporale Allemane prese
le parti del popolo parigino che si era sentito tradito dal governo
di difesa nazionale e che, dopo le elezioni dell’8 febbraio 1871, vinte dai
conservatori, considerò la Repubblica in pericolo. Partecipò così alla
realizzazione della federazione
repubblicana della Guardia Nazionale e del suo Comitato
(del quale fu delegato l'8 marzo 1871) che hanno radunato la maggior parte dei
battaglioni di Parigi.
Il 15 marzo 1871 fu eletto fra
i 33 membri che costituivano il Comitato
centrale della Guardia. Frequentò i diversi circoli politici
che si erano costituiti, ad imitazione dei club sorti durante la Grande
Rivoluzione. Fece parte del club di rue
d'Arras, 5°
arrondissement, di cui fu presidente, e sembra averne esercitato una vera
influenza. È stato oratore anche in altri club: in
quello di rue Cujas, nel club Séverin
(della chiesa Saint-Séverin), entrambi nel 5°
arrondissement.
Disarmare la guardia popolare,
e sequestrare i suoi cannoni, era uno degli obiettivi del governo Thiers
che intendeva portare al pentimento la capitale ribelle; il 18 marzo:
mentre le autorità della Guardia
Nazionale che erano rimaste fedeli a Thiers
volevano recuperare i cannoni del 596° battaglione, e riportarli in place des
Vosges presso l'Ecole Polytechnique, Jean Allemane, come delegato del
battaglione, si oppose: "Questi
cannoni appartengono al popolo" disse. Pochi
giorni prima del 18
marzo, Allemane provocò un incidente: il
comandante del suo battaglione aveva sequestrato e riposto un cannone da place
des Vosges all’École polytechnique per evitare
future insurrezioni, Jean Allemane, alla testa di circa
2.000 guardie, dal Politecnico lo riportò in place des Vosges.
Egli mostrò la stessa
risoluzione quando svegliatosi frettolosamente all’alba del 18
marzo, apprese che le truppe di Vinoy
erano impegnate a sequestrare i cannoni di Montmartre
e Belleville,
andò a suonare le campane della chiesa di Saint-Nicolas du Chardonnet per dare
l'allarme: "non vi era più alcun
dubbio: la Repubblica era in pericolo, e io dovevo agire senza perdere un
minuto (come scrisse nelle sue Memorie)". Nella place du Panthéon
furono innalzate le barricate, alla cui costruzione Allemane prese parte
attiva.
Il 18
marzo era vice-sindaco del 5°
arrondissement. Quel giorno, firmò un ordine di appello per la costruzione
di barricate e immediatamente fece erigerne una in place du Panthéon.
Il giorno successivo si fece
inscrivere nella lista dei tipografi dell'Ufficio Stampa Nazionale prima di partire
per Versailles.
Come Louise
Michel sognava di recarsi in incognito, nella cittadina sede del governo,
per uccidere Thiers.
Allemane concepì allora il progetto di "attacco simultaneo sia al castello
che alla città di Versailles"
con alcuni federati; lui stesso organizzò nelle dépendances del castello, una
tipografia, una sorta di cavallo di Troia, grazie all’aiuto di alcuni suoi
amici di lavoro e di alcuni militari della guardia marina che aderivano alla
loro causa. Il piano fallì, se si può parlare di piano, perché i responsabili
della Comune
non diedero alcuna risposta all'idea di Allemane.
Durante la Comune, è stato uno dei militanti più attivi nel 5°
arrondissement. Con la costituzione della Comune venne
eletto delegato al municipio del 5°
arrondissement, in questa veste svolse una funzione teoricamente militare (fu designato come presidente del comitato della legione
dell’arrondissement,
una ramificazione dei battaglioni della Guardia
Nazionale); in realtà controllava
l'amministrazione dell’arrondissement
e prendeva iniziative politiche. Come tale, lui stesso
si paragonava ad «una specie di commissario delegato alle armate»,
doveva assicurare l'organizzazione della difesa del distretto contro la
reazione. Infatti, esercitò una sorta di
contro-potere nei confronti del municipio del 5°
arrondissement, un po' troppo caldo per i suoi
gusti.
Il laico
Portava sempre "una grande cintura rossa che teneva una
pistola, e un fucile a tracolla". In primo luogo, mise in pratica con
evidente giubilo le risoluzioni laiche e anticlericali emanate dalla Comune. Una delle sue imprese, il 31
marzo, fu quella di togliere la croce dalla cupola
del Panthéon e sostituirla con un'enorme
bandiera rossa nel corso di una cerimonia in cui arringò gli insorti sui
gradini dell’edificio facendo vibrare le sue parole infiammate contro la
Chiesa, discorso che venne rivendicato da lui, trentacinque anni dopo, in
seguito la separazione tra Stato e Chiesa, come un atto rivoluzionario quasi
decisivo. Prese parte
attiva alla secolarizzazione delle scuole e degli ospedali del suo distretto, di cui scriveva: «i conventi abbondano».
Così, forzò l'ingresso della scuola di rue
Rollin, cacciando viai Fratelli delle Scuole Cristiane che la tenevano in
gestione. La scuola venne riaperta, con nuovo personale. Aprì la mensa agli studenti, fino allora riservata ai
"Fratelli". Pensò all'organizzazione
di una formazione professionale nell'ex collegio gesuita di rue Lhomond, ma la scuola venne aperta quando iniziò la Settimana
sanguinante, e non riuscendo così a portare avanti
la sua idea.
Il combattente valoroso
Il Mercoledì
24, i versaigliesi arrivarono nel
Quartiere Latino, difeso da alcune centinaia di federati trincerati attorno al Panthéon. Allemane era ovunque,
correndo da una barricata all'altra, mentre il municipio cadeva,
assumendo una funzione di comando insieme a Maxime
Lisbonne e a Eugène
Varlin.
Arresto e condanna al bagno
penale
Durante la Settimana
sanguinante, dopo che le truppe di Versailles
avevano occupato il 5°
arrondissement, Allemane riuscì a sfuggire ai plotoni di esecuzione che
erano stati formati al Luxembourg
e in altri luoghi dove si eseguivano le giustizie sommarie. Trovò rifugio per
qualche tempo, con il fratello
François, da un amico, in rue Levert, a Belleville,
ma non per molto: “Parigi era un infetto
bassofondo in cui le spie erano i suoi re", lui stesso scrisse nelle
sue memorie, infatti venne denunciato e fu arrestato, insieme al fratello,
il 28
maggio 1871, a seguito di una denuncia. Era
vedovo e viveva, con la sua vecchia madre e il figlio Charles di due anni,
sempre nel negozio di vini che aveva aperto in rue Maître-Albert.
Il
22 settembre ebbe una prima condanna dal Tribunale penale della Senna che lo
condannò a quindici mesi di carcere per «usurpazione di funzioni». Lasciò i
suoi senza risorse, e quando sua madre morì il 13 maggio 1876, suo figlio
Charles fu messo nell'orfanotrofio di Coquerel, nell'11°
arrondissement.
Fu
poi processato, il 3 aprile 1872, dal 5°
Consiglio di guerra della 1ª Divisione militare. Il suo atteggiamento
all'udienza è stato descritto come «deplorevole»; pur senza negare la Comune,
non ne prese la difesa. Nella sua difesa scritta, che lui stesso battezzò «Ma défense (La mia difesa)», Allemane
spiegò le ragioni e le circostanze della sua condotta sotto la Comune.
Vantò la sua partecipazione alla guerra contro i prussiani e affermò di essersi
indignato nell'apprendere la resa di Parigi ai nemici assedianti senza che si
fosse realmente combattuto. Tutto il suo operato successivo fu da lui svolto
–affermò– con l'intenzione di difendere la Repubblica, poiché credette che il 18
marzo vi fosse stato un colpo di Stato monarchico. Sostenne di aver
amministrato onestamente il 5°
arrondissement e di aver agito con moderazione, impedendo anche l'arresto
di ufficiali controrivoluzionari.
"Dopo la battaglia di Wissembourg
-scrisse- il governo imperiale decretò la
formazione di nuovi battaglioni della Guardia
Nazionale. Ho preso parte alla formazione dell’11ª compagnia del 59°
battaglione. Se sarà necessario molti testimoni potranno venire ad attestare
con quale devozione ho compiuto questo compito. In seguito, durante la
creazione di compagnie di guerra, mi sono arruolato come volontario nella 4a
Compagnia con mio Battaglione, dove posso dire senza orgoglio, che ho acquisito
la simpatie dei miei compagni e dei miei capi. Quando Beaurepaire lanciò un
appello a uomini di buona volontà per tentare una sortita contro i prussiani,
mi affrettai a rispondere alla sua chiamata; ma purtroppo il progetto non andò
avanti. Poi sono rimasto scioccato nell’apprendere della resa di Parigi. Fu
nell’avamposto di Créteil che appresi questa orribile notizia. Così è stato. Parigi si è arresa senza
tentare un ultimo sforzo. Quattrocentomila cittadini si sono inchinati davanti
all'invasore della Repubblica. Ero indignato; credevo, nella mia coscienza, che Parigi era stata venduta da
chi aveva il dovere rigoroso di difenderla. Ciò spiega sufficientemente la mia successiva condotta. Il 18
marzo, ho creduto in un colpo di stato monarchico. Avevo solo una soluzione
da seguire: quella di difendere le nostre istituzioni minacciate, cioè la
Repubblica, l'unico governo legale". Poi, affermando di essere
stato spinto ad occupare la posizione che ha mantenuto, ha esposto il suo ruolo
nel municipio del 5°
arrondissement: "Mi si accusa
-ha proseguito- di arresti illegali, ma
quante persone mi devono la loro libertà e anche tra coloro che mi hanno
denunciato! É per parlare solo di un fatto tra un centinaio di fatti, ho
impedito l’arresto degli ufficiali del mio battaglione. [...] Per quanto riguarda l'onestà della mia
amministrazione, oso credere
che nessuno può metterla in dubbio. Sono uscito dal municipio più povero di
quando ne ero entrato. L'inchiesta l’ha abbondantemente dimostrato. Quindi non
è stato né l'amore per il lucro né l’ambizione che mi ha fatto accettare queste
caratteristiche ma l’umile convinzione di un dovere da compiere. Mi sbaglio? Ho mai smesso di essere un uomo onesto?
Lo chiedo alla mia coscienza e lei mi ha risposto: No! Per quanto riguarda gli uomini che non hanno avuto né il
coraggio di essere contro di noi né di essere con noi e che, adesso, si
presentano davanti a voi nel ruolo di vittime, un ruolo che non può appartenere
a loro, io respingo la loro testimonianza, mi rimetto interamente alla saggezza del Consiglio che, ne sono
certo, apprezzerà la palese
esagerazione delle loro accuse".
Così,
senza rinnegare l'esperienza della Comune, per sottrarsi ad una possibile condanna a
morte evitò di dare di sé un'immagine di fervente rivoluzionario, presentandosi
piuttosto come un onesto democratico e un buon patriota: un comportamento così
moderato tenuto di fronte ai giudici militari bastò a salvargli la vita, ma non
lo sottrasse alla condanna. Il verdetto della Corte marziale, emesso il 3
aprile 1872, considerò Jean Allemane colpevole per aver eseguito, durante la Comune, «arresti
arbitrari», «incitamento alla guerra civile», «complicità
negli incendi nel 5°
arrondissement ... », «di avere, durante il movimento insurrezionale, [...] invaso e occupato un istituto pubblico, ed
eretto o contribuito ad erigere delle barricate ... », «aver partecipato
a un attacco contro il governo». Il rapporto della commissione di Grazia
aveva confermato che: "Jean Allemane
era il capo più attivo degli insorti nel 5°
arrondissement", e lo
condannò ai lavori forzati a vita.
La
deportazione
Impiegato nell'infermeria del
governo, venne rimandato nella penisola di Nouméa dopo la fuga di Rochefort
nel 1874. Il 23 novembre 1876 egli stesso, con Alexis
Trinquet tentò di fuggire dalla penisola di Nouméa, ma entrambi furono
ripresi e condannati il 22 dicembre, Allemane a cinque anni e Trinquet
a tre anni di doppia catena.
Nel 1878, si rifiutò di
partecipare alla repressione della rivolta
dei Kanaki che le autorità coloniali avevano richiesto ai deportati.
Intanto,
in Francia, si cercava di ottenere l'amnistia
per tutti i comunardi. Per quanto riguarda Allemane, vennero fatte
molte richieste di alleggerimento della pena: alcune dalla sua famiglia, ma
altre hanno goduto di un sostegno significativo e a volte inaspettato. La madre, pochi mesi prima di morire, si era appellata invano, il 30
marzo 1876, in favore dei due
figli, all’"inesauribile bontà" di Mac-Mahon,
il maresciallo che fu tanto inetto
contro i prussiani quanto feroce contro i parigini, guadagnandosi così la
carica di presidente della III Repubblica. Il 23 ottobre Ernest Bertrand, Consigliere onorario presso la Corte
d'appello, sostenuto da un senatore dell’Aube, Dawn
Gayot, chiese al presidente della Repubblica la grazia per i due fratelli Allemane. Il 22 giugno
1878, certa Marie Quenot, definitasi come «fidanzata» di Jean Allemane indirizzò ai ministri della Giustizia e della Guerra la
stessa supplica, caldamente raccomandato da Victor
Hugo, che ha scritto: "Sarei onorato che questa grazia sia
concessa. Chiedo che a questa dolorosa supplica venga data la più cortese
attenzione dal mio eminente collega, il ministro della Giustizia”. Marie
Quenot tornò alla carica il 5 marzo 1879 davanti al Presidente della
Repubblica, poi il 23 luglio al Ministro della Guerra. L'8 luglio 1879, il figlio Charles, di dieci anni,
indirizzò una richiesta al Ministro della Giustizia, con il sostegno di Madame.
Dorian, senatrice dell’Haute-Garonne e Direttrice dell’orfanotrofio Coquerel,
et Camparan, dove era stato accolto
alla morte della nonna. Queste richieste trovarono un rifiuto costante, sia da Mac-Mahon
che dall'Ordine morale, per la ragione che «Allemane ha sempre rifiutato di
fare appello alla clemenza del presidente della Repubblica», o perché, «la
Commissione delle grazie non ha esaminato la situazione dei prigionieri della Comune fino a quando, per un ricorso personale,
questi avessero fatto atto di sottomissione al governo del loro paese».
Questa
sottomissione Jean Allemane non la fece mai, comunque la sua situazione si
ammorbidì con il cambiamento del clima politico in Francia. Il 5 Giugno
1879, la sua pena venne commutata in esilio con l'autorizzazione di un breve
soggiorno a Parigi. Allemane pensò un primo momento di andare in Argentina, poi
in Belgio, in realtà rimase a Parigi. Si trovava nella Capitale quando l'8
maggio 1880 fu concessa l'amnistia
ai comunardi. Una settimana dopo sposò, nel municipio del 20°
arrondissement, Marie Adele Quenot, sarta, figlia di un mugnaio dei Vosgi,
dieci anni più giovane di lui, con cui ebbe due figli, e che aveva moltiplicato
le domande di grazia a favore del suo amico esiliato.
Gli anni
trascorsi in Nuova
Caledonia costituirono un capitolo importante nelle
sue Memorie di un Comunardo, pubblicate nel 1906, e che sono un'accusa
contro la vergognosa istituzione della prigione.
La ripresa
dell'attività politica
Dopo il suo ritorno in Francia
nel 1880, la storia di Allemane si fonde con quella del movimento operaio e
socialista in costruzione. Riprese il suo lavoro di tipografo e partecipò alla
creazione della Société fraternelle des anciens combattants de la Commune
(Fraterna società dei veterani della Comune,
l’attuale Association des Amis de la
Commune de Paris 1871) nel 1889, di quest’ultima ne fu un assiduo
frequentatore delle riunioni che si svolgevano al piano rialzato di un negozio
di vini di rue Saint-Antoine.
Allemane nella sua stamperia
Jean Allemane riprese la sua
vita di militante ed entrò nel gruppo del partito dei lavoratori nato dal
congresso di Marsiglia (1879); ottenne di lavorare come impaginatore nella
tipografia del quotidiano L'Intransigeant, appena fondato da un altro Comunardo,
Henri
Rochefort, deportato anch'egli nei bagni penali della Nuova
Caledonia, da dove nel 1874 era riuscito a evadere con altri cinque
compagni. Nel 1885, lavorò nella grande tipografia del Croissant; poi Allemane aprì una sua propria tipografia, in rue Saint-Sauveur
51, la piccola tipografia "La
Productrice", che trasformò ben presto in una cooperativa di
lavoratori e che amministrò per un lungo periodo.
Nello stesso anno entrò nella «Fédération
du parti des travailleurs socialistes de France» (F.P.T.S.F.) di Paul
Brousse.
Allemane,
diventandone uno dei militanti più attivi, restò in questa federazione anche
dopo due scissioni, la prima, provocata nel 1881 dal blanquista
Édouard
Vaillant, che fondò il «Comité
révolutionnaire central» (C.R.C.), e la seconda, nel 1882, nel Congresso di
Saint-Étienne, che segnò la nascita del «Parti
ouvrier» (dal 1893 «Parti ouvrier français» o P.O.F.), d'ispirazione
marxista, i cui principali esponenti erano Jules
Guesde e Paul
Lafargue, in quel caso Allemane rimase con la maggioranza dei gruppi
parigini, i "possibilisti" e federalisti, contro i dottrinari e
centralisti.
Allemane é stato uno dei
leader della lotta antiboulangista, per combattere il boulangismo egli, nel 25 maggio 1888, partecipò alla creazione
della «Société des Droits de l'Homme» e, come precedentemente scritto,
della «Société fraternelle des anciens combattants de la Commune (Fraterna
società dei veterani della Comune)»; l'8 aprile 1888 fondò il
quotidiano Le Parti ouvrier (Il Partito operaio) che lanciò 8 aprile
1888.
Presto, nella F.P.T.S.F.,
Allemane divenne il leader di una corrente, quella dei militanti e degli operai
che si opponevano a quella degli intellettuali riuniti intorno a Paul Brousse
che era favorevole alla partecipazione alle elezioni, quale primo passo per la
conquista del potere. Allemane ed i suoi amici li rimproveravano di essere
degli «elettoralisti», di trascurare la lotta rivoluzionaria per l'azione
puramente elettorale che portava a compromessi indesiderabili con le forze
borghesi. Allemane favorì la scissione che avvenne al Congresso di
Châtellerault, tenutosi dal 9 al 14 ottobre 1890: nacque così il «Parti ouvrier
socialiste révolutionnaire (Partito dei lavoratori socialisti rivoluzionari)»
(P.O.S.R.), comunemente chiamato anche allemanista.
Il nuovo partito non escludeva
però la partecipazione alle elezioni, giudicando utile far sentire in
Parlamento e nelle municipalità la propria voce: lo stesso Allemane si presentò
più volte candidato alle elezioni comunali di Parigi, senza però essere mai
eletto, e a quelle politiche, venendo eletto due volte e sedendo in Parlamento
dal 1901 al 1902, e dal 1906 al 1910. Allemane privilegiava però la
partecipazione diretta delle masse e vedeva nello sciopero generale un mezzo
potente di azione sia politica che sindacale, secondo la teoria sviluppata da
Georges Sorel. Nel
1895 partecipò a Limoges al congresso fondativo della Confédération Général du
Travail (C.G.T.) e pubblicò Il Capitale di Marx.
In quel partito che portava, seppure non
ufficialmente, il suo nome, Allemane non assunse alcun incarico di rilievo,
mantenendosi al livello di un semplice militante, per quanto autorevole e
ascoltato, continuando ad occuparsi della sua tipografia e cooperativa operaia
«La Productrice» e del giornale del partito, sul quale prese posizione
contro il complotto ordito ai danni del maggiore Dreyfus,
denunciando l'ideologia reazionaria e l'antisemitismo che attecchiva
nell'esercito e nella società francese.
Con il tempo, Allemane fu favorevole a riunire tutte
le forze socialiste in un unico partito: partecipò al Congresso, tenutosi a
Parigi dal 3 all'8 dicembre 1899, delle organizzazioni socialiste francesi; al
secondo congresso generale replicato nel settembre del 1900, dove con Aristide
Briand
e Jean Jaurès egli presentò la
proposta, che fu respinta, di uno sciopero generale. Contro Jaurès ebbe una
dura polemica, nel luglio del 1901, a seguito della comunione della figlia di
questi, Madeleine, rimproverando l'incoerenza del dirigente socialista,
anticlericale a parole e conformista nei fatti.
Al Congresso di Tours del marzo 1902 fu fondato il
«Parti socialiste français» (P.S.F.) riunendo la «Fédération des travailleurs
socialistes de France» di Paul Brousse, il P.O.S.R. di Allemane e altri
socialisti indipendenti. Nello stesso anno il «Parti ouvrier français» (P.O.F.)
del marxista Jules
Guesde, il «Parti socialiste révolutionnaire» (P.S.R.), del
blanquista Édouard
Vaillant, e l'«Alliance communiste révolutionnaire» di Arthur
Groussier si erano uniti a formare
il «Parti socialiste de France» (P.S.d.F.) che, nel Congresso di Parigi del
1905 si uní a sua volta al P.S.F. di Jaurès e Allemane dando vita alla S.F.I.O.
(Section française de l'Internationale ouvrière), quale sezione francese della II
Internazionale socialista.
Nella S.F.I.O. ebbe un ruolo di secondo piano, tranne
che negli anni immediatamente precedenti la guerra mondiale, durante i quali si
oppose alla corsa al riarmo che coinvolgeva, con la Francia, tutte le potenze
europee, e tuttavia, allo scoppio della guerra, fu favorevole a quella che interpretò
essere per la Francia una guerra di difesa nazionale. Nel 1920, in seguito al
Congresso di Tours,
aderì al Partito comunista nel quale vide riproposti i caratteri proletari e
rivoluzionari che avevano segnato il suo P.O.S.R.. Allemane non divenne
tuttavia un marxista e non rinunciò all'idea che la lotta sindacale dovesse
essere il mezzo principale della lotta politica.
Allemane è stato più volte candidato alle elezioni
comunali e parlamentari, ed ha trascorso cinque anni nel Parlamento. Allemane era
inizialmente un lavoratore militante (oggi potrebbe essere definito
sindacalista) e tale rimase. Credeva molto nelle libere azioni del proletariato
sul piano corporativo e vedeva nell’azione politica ed elettorale
un'opportunità migliore di quanto potesse averla la propaganda e l’agitazione.
Era un seguace dello sciopero generale, "perché questo è l'arma giusta nelle mani dei lavoratori".
L’ideale antimilitarista di Allemane lo portò alla diffidenza verso tutto ciò
che rappresentava la disciplina e l'autorità. Nel 1894, è stato condannato a
due mesi di carcere per aver insultato l’esercito. Come la maggior parte dei
"Comunardi"
era per l'armamento generale del popolo e non per un esercito permanente a cui
affidare la difesa del paese. Questi sentimenti spiegano l'ardore che egli mise
per combattere Boulanger, la precocità delle sue convinzione pro-Dreyfus e il
vigore con cui ha cercato di farle prevalere.
Coerente anticlericale Jean Allemane combattè la
Chiesa perchè vide in lei quello che essa è, un'organizzazione gerarchica,
autoritaria e intollerante, sempre alleata ai potenti di turno, dai quali si
attende la difesa dei suoi privilegi, e in cambio predica agli sfruttati la
rinuncia alla ribellione e una morale di rassegnazione alle ingiustizie.
Massone, iniziato alla loggia Les Rénovateurs di Clichy del Grande
Oriente di Francia.
È stato anche un libero pensatore convinto e attivo,
e aderì, fin dalla sua fondazione, all’Associazione nazionale dei Liberi
Pensatori di Francia costituita il giorno dopo il congresso internazionale di
Ginevra (1902). Partecipò ai congressi nazionali e internazionali
dell'Associazione: rappresentò i francesi al Congresso mondiale dei liberi
pensatori, tenutosi a Roma il 20 settembre 1904. Nel 1910 pubblicò le sue “Mémoires
d'un communard. Des barricades au bagne,
(Paris, Librairie socialiste J. Allemane, 1910)”, nelle quali non risparmió critiche a molti
dirigenti della Comune,
e che erano però incentrate soprattutto sulla sua esperienza di deportato. Sulla Comune, Allemane ebbe
un giudizio equilibrato. Si rifiutò di abbellire la realtà che aveva vissuto e,
invece di sostenere l'idea di una rivoluzione libertaria quasi riuscita, il suo
libro è una severa critica della rivoluzione comunarda.
Allemane ad un'anniversario della Settimana sanguinante
La Comune fu una rivoluzione
fallita, ma fu l'alba di una nuova era. Il giovane con la cintura rossa, il fucile
sulla spalla e la pistola nella cintura, che ha attirato su di se, dopo la
battaglia, la vendetta dei notabili del 5°
arrondissement, rimase fino a novantadue anni un vecchio Comunardo,
un uomo d'azione più di teoria, mantenendo fino alla fine il suo orgoglio
insurrezionalista. Negli ultimi capitoli delle sue Memorie,
Allemane attaccò sacerdoti, suore, frati, cappellani,
sacerdoti di ogni genere, nessuno ne uscì indenne ai suoi occhi, tutti nemici
del popolo. Espresse, anche in questi suoi capitoli, l’eccessiva passione
anticlericale e anti-religiosa che aveva il popolo parigino durante l’Impero
di Napoleone
III.
Certo, ci sono stati Comunardi che sono rimasti fedeli alla Chiesa, come Dominique
Régère, che fece fare la comunione a suo figlio durante la guerra civile,
provocando la furia di Allemane. Al
contrario, ci furono a Versailles, molti liberi pensatori. Ma tra la Comune e la Chiesa, l'intolleranza era la regola.
Fu dietro il Comunardo
e il condannato, che prese forma a poco a poco, la personalità di Allemane, il
cui ardore, la risolutezza, la tenacia spiega l’influenza sui suoi compagni. Il
suo "temperamento troppo focoso",
come scrisse di lui stesso, lo portò ad atti di indisciplina e di ribellione,
che gli valsero mille punizioni, ma anche il prestigio e l'autorità come si è
visto durante uno sciopero che egli condusse qualche tempo prima della
commutazione della sua pena. Il sogno della fuga, che era il sogno di tutti i
detenuti, si trasformò in lui nella determinazione che nulla è impossibile,
nonostante i fallimenti ripetuti e talvolta patetici di tutti i suoi tentativi. Le torture subite dal
detenuto non ebbero alcuna ragione sul Comunardo.
È morto il 6 giugno 1935 a Herblay[17]. Con lui se ne andò uno degli ultimi Comunardi
sopravvissuti a quel glorioso episodio della lotta di liberazione delle classi
oppresse. È sepolto nel cimitero di Père-Lachaise
(89ª sessione).
 |
| I funerali di Allemane |
Il blanquismo fu un movimento dottrinale e
attivista a favore, in primo luogo, della Repubblica e, una volta raggiunta,
del comunismo in Francia, che era in vigore durante il diciannovesimo
secolo, penetrò fino in fondo in modo dominante ed eccitante tra intellettuali
e studenti, e fu anche caratterizzato da una forte disciplina rivoluzionaria
combattiva. Deve il suo nome allo
scrittore, politico e leader di questa fazione, il francese Louis
Auguste Blanqui.
[17]
Nel dipartimento della Val-d'Oise nella regione
dell'Île-de-France.